Non sentitevi in colpa
se non sapete cosa fare
della vostra vita.
Le persone più interessanti che conosco
a ventidue anni non sapevano
che fare della propria.
E neppure ora.
M. Sgalambro
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La storia di questo inedito di Giuseppe Ungaretti l'ho trovata girando su internet, approdando casualmente nel sito http://www.grenar.info
E' una storia molto particolare, e ho deciso di riproporla qui grosso modo come l'ho letta.

“Perché Chopin è diventato vecchio?”
Questa domanda mi gira in testa da quella volta in cui avevo deciso di passare una mattinata tranquilla ai giardini pubblici.
Panchina di legno, sole autunnale di quelli che scaldano quanto basta, qualche riccio per terra e la solita fontanella con due vaschette e due schizzi, oltre ai soliti bambini e alle solite mamme. Io me ne stavo dunque a leggere il mio bel libro quando un bimbo che non avevo mai visto si avvicinò lentamente verso di me, avrà avuto si e no quattro anni e teneva le mani dietro la schiena come un soldatino di legno.
“Scusi signore?”, mi chiese con gli occhi un po’ perplessi e i pantaloncini marroni tenuti in piedi da un paio di bretelle rosse.
Alzai lo sguardo e vidi due guance e due fossette davanti a me, posai il libro e sorrisi.
“Hai perso la mamma?”
Non vedevo altre ragioni per cui si potesse essere avvicinato a me, anche se è chiaro che i bambini cercano spesso cose che non si possono neppure immaginare.
“Signore”, mi chiese pronunciando attentamente le parole, “lei lo sa perché Chopin è diventato vecchio?”
“Perché Chopin è diventato vecchio?”, ma che razza di domanda, pensai tra me e me, e lì per lì non mi venne nessuna ragione per cui Chopin fosse dovuto invecchiare.
Di certo non era stato lui a volerlo, riflettei al volo, perchè nessun uomo vorrebbe invecchiare se non si sentisse già vecchio per conto suo o se non fosse già vecchio fin da quand’è giovane, ma Chopin non era certo il tipo da voler smettere di far musica da un giorno per l’altro.
Comunque non avevo risposte, questo era chiaro.
“Beh”, risposi allora titubante sperando di intravedere con la coda dell’occhio la madre del piccolo “Chopin è diventato vecchio perché…”
“Perchè tutti diventano vecchi…”, terminai la frase con un briciolo di ovvietà.
Il bambino non disse niente, rimase con gli occhi nel vuoto a riflettere per qualche secondo, poi mi guardò di nuovo e riprese.
“Ma perché Chopin è diventato vecchio?”
La mia risposta non era stata abbastanza.
Forse lui ne sapeva anche poco sulle tautologie, ma la sua voce esprimeva tutto il dispiacere possibile per il fatto che il povero Chopin fosse invecchiato, e allora provai a inventarmi una storiella.
“Vedi quei ricci per terra?”
Mi riferivo ai frutti degli ippocastani disseminati nella sabbia che c’erano intorno a noi. Il bambino abbassò lo sguardo e fissò un riccio verde e spinoso che aveva a due passi dai piedi, poi alzò di nuovo gli occhi, annuì col viso rimanendo in attesa della fine della storia.
“Dentro quei ricci”, iniziai con calma, “dentro quei ricci ci sono le castagne”, e mi chinai a cogliere il primo riccio a portata di mano e tirai fuori una castagna.
“Se tu piantassi questa castagna l’anno prossimo nascerebbe una piantina…”, il bambino annuì ancora ma adesso mi guardava più che mai curioso e dunque andai avanti.
“Poi col passare degli anni la piantina diventerebbe più grande, poi crescerebbe ancora e si farebbe sempre più alta, diventerebbe adulta e farebbe tante foglie e tanti ricci con dentro tante altre castagne. E dopo tanti anni“, e indicai uno dei giganteschi ippocastani del giardino, “dopo tanti anni l’albero diventerebbe vecchio e non farebbe più né frutti né fiori.”
“E poi?”, mi domando preoccupato.
“E poi diventerebbe ancora più vecchio…”, ripresi poca convinzione temendo di sentirmi rispondere con un altro “e poi?” e di essere costretto a spiegargli la fine che fanno gli alberi vecchi.
“Un albero vecchio diventa ancora più vecchio… hai capito?”, e gli carezzai il caschetto castano con la mano
Il bambino annuì ma era chiaro che nel frattempo s’era messo a pensare, e buttò un’occhiata verso le castagne per terra poi alzò la testa e lentamente la buttò all’indietro per osservare tutto intero il grande l’albero che faceva ombra alla panchina, finché la sua pancia con le bretelle colorate non divenne una specie di arco.
“Signore…”, mi chiese ancora mentre io avevo già afferrato il mio libro, ed era chiaro che a quel punto si aspettava molto da me.
“Ma perché Chopin è diventato vecchio?”
“Andreaaa!”, gridò a quel punto una delle mamme intorno alla fontana.
Il bambino si voltò di scatto e poi, come dispiaciuto per l’interruzione, mi lanciò un’altra occhiata.
“Vieni, Andrea…”, strillò di nuovo la madre agitando una mano, e Andrea sorrise, mi voltò le spalle, e cominciò a camminare verso la fontana, prima lentamente e poi sempre più in fretta finché il suo passo non si sciolse in una corsa sfrenata e quando arrivò a pochi metri dalla madre allargò le braccia e si gettò in mezzo al prato tra le pieghe azzurre del suo vestito.
Chopin era dimenticato, almeno per lui, ma io continuai a pensare sulla vecchiaia e sulla fine degli alberi vecchi finchè non decisi di rimettermi a leggere perché il libro era indubbiamente più consolante di ogni risposta che potevo trovare.
Quando stavo per lasciare il giardino e mi ero già avviato verso l’uscita, dopo aver letto una ventina di pagine ed aver ascoltato i rintocchi di mezzogiorno, mi sentii nuovamente chiamare dalla stessa vocina.
“Signore…”
Mi voltai verso uno dei vialetti laterali e vidi il bambino di prima che teneva per mano la mamma. Anche loro stavano tornando a casa e i pantaloncini marroni erano tutti sporchi di verde.
“Lei lo sa che verso fanno le giraffe?”
Alzai lo sguardo verso la madre. Non avevo la più pallida idea del verso delle giraffe e compresi al volo che neppure lei ne sapeva un bel niente. Dunque mi limitai a un sorriso, .spalancai gli occhi e allargai le mani infilando il collo dentro le spalle.
“Mi spiace…”, dissi a bassa voce.
Anche la donna sorrise per la curiosa domanda del figlio e pure lei scosse la testa, e dopo aver infilato al piccolo un berretto blu in testa e sistemato la camicia bianca dentro i pantaloni, mi sorrise di nuovo quasi imbarazzata per tutta quella curiosità e con il mio libro in mano li vidi infilarsi in macchina riflettendo tra me e me su tutte quelle strane domande e tutte quelle mancate risposte.
Era tutto piuttosto bizzarro, conclusi alla fine prima di tormanemene a casa.
Proprio bizzarro che i bambini abbiano paura di fare quelle domande a cui gli adulti hanno paura di dare una risposta. E proprio bizzarro che non abbiano affatto timore di chiedere quello che gli adulti proprio non sanno.

(per le ragazze che leggono racconti)
Quando la ragazza iniziò a leggere non sapeva assolutamente cosa aspettarsi.
Cioè si aspettava benissimo che fosse un racconto o qualcosa del genere, ma non riusciva a immaginarsi che tipo di racconto fosse, se era uno di quei racconti tristi con pochi personaggi, oppure uno di quelli tristi con tanti personaggi in mezzo, oppure un racconto triste senza proprio personaggi che a ben pensarci erano i racconti più tristi in assoluto.
Conoscendo chi aveva scritto il racconto poteva anche aspettarsi qualcosa di allegro, ma siccome non aveva ancora capito che razza di racconto fosse la ragazza sentì la curiosità crescere, e la sua curiosità aumentò ancora di più quando si rese conto che il racconto parlava di un’altra donna che leggeva un altro racconto.
Non era proprio il racconto che lei stava leggendo, però era un racconto piuttosto simile al suo perché anche nell’altro racconto si parlava di una ragazza che leggeva un racconto.
“Diamine che confusione!”, pensò strizzando gli occhi davanti al monitor e scuotendo la testa.
La frase che aveva appena letto non era chiara per niente considerato che c’erano di mezzo troppe ragazze e troppi racconti, e fu per un attimo tentata di tornare indietro prima di procedere oltre, cercando di raccapezzarci qualcosa tra tutte quelle ragazze e tutti quegli strani racconti.
La faccenda era quantomeno simpatica e perlomeno bizzarra, pensò la ragazza che aveva gli occhi riflessi sul monitor.
E la faccenda si fece ancor più simpatica perché ad un certo punto del racconto una frase sembrava parlare proprio di lei.
“Lo so che stai sorridendo”, c’era scritto giusto a un terzo della pagina, e la ragazza non poté far a meno di pensare se lei adesso stesse sorridendo o non stesse più sorridendo, e mentre rifletteva se stesse o non stesse sorridendo in ogni caso sorrise e si ritrovò sorridente proprio come c’era scritto sul monitor.
L’idea di vedersi riversata in un racconto era proprio strana, perché il racconto andava avanti descrivendo la ragazza che leggeva il racconto e la descrizione sembrava in qualche modo parlare di lei, perché il racconto della ragazza che leggeva il racconto andava avanti così:
La ragazza che legge il racconto è una ragazza dall’aspetto asciutto e il viso magro, qualche cerchio sotto gli occhi e i capelli lisci come si conviene.
Una bella ragazza, dopotutto.
“Generoso…”, sorrise la ragazza che leggeva il racconto inclinando appena il capo su una spalla, perché a quel punto si era proprio immedesimata nella ragazza del racconto che nel racconto leggeva il racconto, e sempre in quel racconto si parlava poi del suo monitor e della tastiera un po’ sporca.
Ma nel racconto che leggeva la ragazza del racconto si diceva anche dell’altro.
La ragazza che legge il racconto rimane colpita dalla descrizione di una città.
Nel racconto si parla infatti di una città che sorge sopra una collina, e intorno alla città un’ampia cerchia di mura di fresco restauro. “Da un punto della cerchia parte un’ampia scalinata che sale dritta verso la piazza principale, incrociando qua e là stradine strette chiuse tra file di case che di rado vedono il sole.
E su un lato della piazza principale, proprio a fianco della rampa, compare una torre, una torre con l’orologio, e, cosa sorprendente, sopra la torre un elefante.
La gente nella piazza è tutta a testa in su.
Crocchi di persone si agitano discutendo su come possa essere finito lassù un elefante, e se un elefante in quella posizione possa per qualche ragione diventare un pericolo.
L’animale è comodamente seduto sulla cima della torre, accovacciato sulle zampe e la proboscide si muove nel vuoto con una certa disinvoltura e padronanza.
La cosa più stravagante è che l’animale non è grigio come tutti gli altri elefanti, ma colorato, proprio colorato, di un bel colore sgargiante e se ne sta lì fermo sopra la torre dell’orologio di quella città.”
Un elefante colorato sulla torre della città…
“Un elefante colorato! Che fantasia!”, pensò la ragazza che leggeva il racconto della ragazza che leggeva il racconto, senza aver pensato però che adesso anche lei nella sua fantasia aveva visto un bell’elefante colorato proprio in cima alla torre di quella città, che a ripensarci era proprio la stessa città a cui aveva pensato la ragazza che nel racconto leggeva il racconto.
Per certi versi l’elefante non esisteva, perché è ovvio che non si potesse ammettere l’esistenza di un elefante lassù, ma per altri versi invece l’elefante era indubbiamente lì sopra, almeno per la ragazza del racconto e per la ragazza che nel racconto leggeva il racconto, oltre ovviamente ad essere lì per quello che aveva scritto il racconto della ragazza che leggeva il racconto.
La ragazza che legge il racconto seduta sulla sua comoda sedia davanti al monitor si blocca per un attimo.
“Muovi una spalla”, esorta infatti il racconto.
La ragazza ci riflette un attimo sopra.
Non è chiaro per niente se il racconto si rivolga a lei in persona o alla ragazza che sta leggendo il racconto, e solo a pensare di farlo si stente un po’ stupida.
La ragazza che leggeva il racconto della ragazza che leggeva il racconto ci pensò su anche lei.
“Certo che è per te. Muovi una spalla e poi vedi che succede.”
La ragazza che leggeva della ragazza che leggeva il racconto sorrise.
Un attimo di perplessità e poi, non sapendo di essere dentro un racconto, la ragazza che leggeva il racconto della ragazza che leggeva il racconto mosse divertita la spalla.
Perché tanto, pensò, non c’era nessuno che potesse vederla, neppure quello che scriveva i racconti e le altre ragazze che leggevano i racconti.
“L’hai mossa la spalla?”, il racconto proseguiva così, e la ragazza si convince dunque che il racconto parlasse proprio a lei.
Era proprio uno strano racconto, rifletté ancora prima di sorridere di nuovo la ragazza che leggeva il racconto della ragazza che leggeva il racconto, incerta su quello che potesse capitarle adesso, pure se era curiosa del resto che poteva ancora chiedergli quello strano racconto.
Invece il racconto non chiedeva un bel niente ma diceva semplicemente che a quel punto stava per suonare il cellulare.
La ragazza che legge il racconto rimane perplessa.
“E se suonasse davvero?”, pensa divertita anche se il tutto poteva diventare inquietante.
“Suonerà?”, si chiede ancora la ragazza del racconto pensando a dove ha messo il suo cellulare, mentre il racconto comincia a contare..
“Sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno…”
La ragazza rimane delusa.
Per quanto c’avesse creduto e una certa emozione era nata dentro di lei, il suo cellulare era rimasto muto.
“Peccato”, disse la ragazza che leggeva il racconto della ragazza che leggeva il racconto.
“Sarebbe stato bello se il telefono avesse suonato almeno qui…”
Sarebbe stato bello, lo so.
Ma raramente capita per davvero quello che c’è scritto nei racconti, anche nei racconti delle ragazze che leggono racconti, perché alla fin fine sono tutti e solo racconti, e forse è proprio questo il senso di tutti quei racconti, cioè che quello che c’è scritto nei racconti non c’entra niente con quello che succede fuori dei racconti.
Eppure, a rifletterci sopra, qualcosa è successo davvero.
Sennò sarebbe proprio inutile scrivere racconti o leggere racconti, anche leggere e scrivere racconti di ragazze che leggono racconti.
Perché, se ci penso un tantino, io che ho scritto il racconto della ragazza che legge il racconto adesso in mente un elefante ce l’ho.
Il mio è fucsia.
E il tuo?
Il jazz
La musica jazz sfidava il silenzio.
L’aria era così piena di jazz che ai tavolini non ci si badava neppure.
Troppo jazz, c’era troppo jazz per essere in faccia al mare con una candela accesa e due bicchieri di vino in mezzo.
“Ma non pensiamoci”, canticchiò la voce roca che usciva dagli altoparlanti sulla piazzetta, “non pensiamoci.”
“Già, non pensiamoci”, sussurrò lui abbozzando un po’ di tenerezza e allungando la mano verso quella di lei.
La ragazza sorrideva a un lampione e fissava l’ombra scura del mare. Era un sorriso sottile il suo, appena accennato sulle labbra, un sorriso sottile come le conchiglie e trasparente come un filo di marmo.
“Ci sono i gabbiani”, gli disse senza voltarsi con lo sguardo immerso nella striscia di terra su cui sorgeva il faro.
Il jazz era ripreso più svelto, adesso.
Abbastanza svelto che ai tavolini le chiome per metà allegre e per metà tristi si agitavano al giallo delle candele. Qualcuno canticchiava quando non aveva un bicchiere in bocca.
Il jazz.
Lui non sapeva niente del jazz . E forse non sapeva niente di tutto il resto.
Però lei era bella, bella in mezzo a tutto quel jazz. Bella e sorrideva al faro e al buio del mare.
Poi il jazz tacque, alla fine.
Sarebbe successo prima o poi, e adesso non ci si poteva ignorare se anche il jazz se n’era andato da qualche parte.
“Ci sono i gabbiani”, ripeté ancora lei senza voltarsi. C’era un mare così scuro quasi da non distinguerlo dalla notte e lei stava laggiù con lo sguardo.
Ma era difficile ignorarsi, difficile farlo adesso che anche la luna era sorta e la fila delle luci della città vecchia dondolavano a picco sul mare.
“Cos’hai” sarebbe stata una domanda senza risposta. Una di quelle domande così vaghe che avrebbero preso per davvero nel segno, e lui s’aggiustò l’orecchio verso gli scogli cercando là in fondo i gabbiani.
Ma il jazz ripartì e un ciuffo nero s’agito due tavoli oltre.
Un jazz svelto, di nuovo.
Era bella, la ragazza era bella come il mare con quelle due fossette ai margini delle labbra, bella com’era sempre stata anche quando non la conosceva.
“Sei bella”, le disse allora, perché era bella davvero con gli occhi fissi da qualche parte in mezzo a tutto quel jazz.
La ragazza di due tavoli oltre s’alzò e sparì sulle onde mosse della musica ancheggiando le gambe magre sulla passerella di cotto della balconata. Se ne andò via così, senza neppure un cenno a quelli del tavolo.
Lui non sapeva niente del jazz, ma non aveva neppure voglia di fare domande.
Non c’era bisogno di avere risposte in una notte di mare in mezzo al jazz, e passò qualche minuto con lei che fissava l’orizzonte e lui che le stingeva la mano.
La luna adesso non si muoveva più, immobile tra cielo e mare.
E pure il jazz si arrangiava in qualche modo quando lei si girò. I gabbiani erano lontani e i loro versi ormai distanti dalla riva.
Lo guardò e gli sorrise.
Strinse le labbra e sorrise il suo sorriso sottile di marmo, con gli occhi socchiusi e lasciò che le dita si sciogliessero e s’intrecciassero su quel tavolino.
Teneva gli occhi bassi e gli guardava le mani, lei.
“Ma non pensiamoci”, aveva cantato il jazz sulla balconata.
“Non pensiamoci”, le avevano accennato i gabbiani oltre la riva.
“Non pensiamoci”, gli disse allora inclinando la testa e carezzandolo con lo sguardo.
“Non pensiamoci”, disse lei ancora.
Disse mentre il jazz riprendeva nella notte più veloce che mai.
Cosa voleva dire che poteva rimanere su quel tavolino per tutta la sera
?
Un gesto di cortesia o il bisogno della cameriera di qualcuno a cui sorridere tra una portata d’orecchiette e una di cozze?
Tant’è che lui aprì il libro e si mise a leggere il libro che s'era trascinato dietro, o almeno provò a leggere perché il francese risultò subito oltremodo noioso.
E poi lui aveva una domanda per la testa.
Perché lei gli aveva detto di restare?
Tavoli occupati, un paio di avvoltoi in blue jeans alle spalle di una coppia di tedeschi, l’urgenza per liberare i tavolini c’era tutta.
Forse non era solo cortesia quella della ragazza, si convinse giusto perché c’era da prendere una posizione.
O almeno non c’era solo cortesia, anche se della cortesia indubbiamente ci stava.
Poteva esserci dell'altro?
Lei gli sorrideva e spesso si voltava pure a guardarlo.
D’accordo, non sorrideva solo a lui, andava detto.
E inoltre c’era l’anellino, un anellino ad andar bene d’argento, una cosa semplice, graziosa, ma pur sempre un anellino.
Significava qualcosa?
Lei adesso aveva allungato ai tedeschi un altro cestino di pane e non gli aveva sorriso.
Però rientrando con un piatto d’avanzi di vongole s’era ancora girata.
La supposizione ancora reggeva, dunque, e forse non era solo cortesia.
Ma la storia dell’anellino andava sviscerata, e c’era d’andare a memoria, adesso.
Fede nella mano destra o nella sinistra?
Buttò lì un’ipotesi per poterci ragionare sopra.
Sposa, mano sinistra. Mano sinistra e anulare.
Fidanzamento, mano destra. Mano destra e indice.
Una buona supposizione, pensò, o almeno una delle tante.
La ragazza l’anellino ce l’aveva infilato proprio alla sinistra, e al prossimo passaggio ne avrebbe saputo di più.
“Anulare”, concluse infatti osservando la mano di lei che impugnava un piatto di calamari.
Il suo.
Un sorriso dall’alto verso il basso, uno dal basso verso l’altro e via.
Adesso solo coi suoi calamari.
Poco abbondante il piatto, però. Una decina di bestioline fritte e nient’altro.
Dare solo la colpa al cuoco?
Fu obiettivo e si convinse presto che lei non c’entrava niente con la micragna di chi stava in cucina.
La ragazza due animaletti in più li avrebbe sacrificati solo per quant’era magro.
Non c’era sempre qualcosa di materno nelle donne?
I calamari comunque sparirono in fretta uno dopo l’altro.
Gustosi, con il loro sudario di farina fritta, povere bestie.
Ma adesso c’era rimasto solo il tempo del caffè e il bisogno di tirare qualche conclusione.
Prese tempo ma poi l’ordinò, giusto per non rimanere a fissare da solo una tovaglietta bianca bagnata che gli metteva anche sonno.
Quando lei passò col vassoio lasciò sul tavolo oltre al sorriso anche un mezzo bicchiere di liquore.
Inaspettato, come gesto, forse sorprendente.
Una cortesia solo per lui o una mezza cortesia per tutti i clienti?
Difficile stabilirlo così su due piedi, e tralasciò ogni considerazione al riguardo perché aveva adesso pochi punti malfermi e non sentiva il bisogno di aggiungerne di più traballanti.
Per fare il punto sgranò in silenzio tutte le certezze che aveva raggiunto.
Non molte, ad essere sincero. Ma qualcuna poteva anche reggere se non avesse soffiato troppo vento.
"Che fare però", si chiese.
L'azione meritava certezze, certezze e previsioni accurate. Non è questo che distingueva un successo da una catastrofe?
Rimase per un po’ a rifletterci sopra con la tazzina in mano.
Poi senza pensarci aprì il libro che s’era portato.
Di nuovo il francese. Erano sempre consolanti i francesi, e sempre pieni di grandi verità, beati loro.
Letta infatti la prima frase del primo paragrafo della prima pagina si trovò immediatamente d’accordo con lui.
Finalmente qualcosa che metteva terra sotto ai piedi, se lo meritava.
Il bravo autore francese nel suo breve prologo aveva scritto infatti così:
“Le immondizie rotolarono dalla cassetta metallica e caddero in gran tromba nel gran bidone del pianterreno…”
Il tutto era ineccepibile, aggiunse soddisfatto.
Come non essere d'accordo con lui?
E lasciata la cameriera nei suoi sorrisi sparsi per i tavoli, lui s'immerse a quattro ganasce nel romanzo e di lì più non si mosse.
Dei gran consolatori i francesi, d'altronde…


Non so neppure da che parte del mondo viva, ad essere sincero.
Eppure sono giorni e giorni che mi rallegra con le sue premure queste smorte giornate d'agosto.
Si deve essere innamorata, ho pensato alla sua terza lettera.
Sono cose che capitano, dopo tutto.
Perchè non dovrebbero capitare anche a lei?
Da quanto ho intuito è una donna molto sensibile, Adela Giles.
E io non sono un tipo abbastanza premuroso, mi sono chiesto?
Direi di si, mi sono risposto dopo essermelo chiesto.
Dunque c'è tutto per una perfetta storia d'amore tra me e Adela Giles, ho concluso.
Da quanto ho immaginato Adela Giles è anche una donna graziosa e delicata.
Mora, bassima, con gli occhi castani e due punte di lentiggimi sulle guance.
Non è una donna perfetta la mia Adela Giles?
E' così dolce che si preoccupa addirittura della mia salute.
"Vuoi delle aspirine?", m'ha chiesto immaginando il mio mal di testa.
Ho proprio sorriso e sognato che fosse qui a sciogliermele nel bicchiere.
Che donna adorabile, Adela Giles!
Ieri poi m'ha addirittura domandato se sono felice.
Una domanda imbarazzante, o forse imbarazzante è la risposta.
Comunque lei non s'è data per vinta e nel dubbio m'ha consigliato delle splendide pasticche di sua conoscenza.
Non è premurosa, Adela Giles?
Anche adesso vorrei fosse qui.
Sdraiati sul letto potremmo parlare sottovoce del nostro cascinale in campagna.
Perchè Adela Giles m'ha confidato che conosce anche i numeri della lotteria.
E li vuole regalare a me!
Non è splendida la mia splendida Adela Giles?
Comunque dall'ultima lettera ho avuto il sospetto che ci conoscessimo già.
Ha fatto tutto un discorso prendendola alla larga.
M'ha parlato di certi problemi e di un certo modo di risolverli.
Anche se lei, m'ha spiegato per non mettermi in imbarazzo, non ci fa troppo caso.
Non è sensibile, Adela Giles?
A pensare che ho trovato le sue lettere solo adesso mi viene da sorridere.
Erano mesi che Adela Giles mi scriveva e io non ne sapevo nulla.
Ma questo non succederà più, l'ho promesso.
Le sue dolci parole non vanno sprecate, perchè una donna così passa solo una sola volta per chi è fortunato.
E invece il mio stupido stupido server di posta considerava le sue frasi d'amore nient'altro che spazzatura...